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CAMARINA


Turisti italiani e stranieri, visitando la Sicilia, arrivano anche Camarina, attratti dal fascino delle spiagge marine vicine, dalle rovine di templi, palazzi, ville e monumenti appartenenti ad un antico stato-città che ebbe grande potenza economica e militare, alta civiltà, finezza di usi e costumi, uomini che eccelsero nel mondo conosciuto antico per allori conseguiti nelle arti, nelle scienze, nei giochi Olimpici, nelle alleanze ed ambascerie, nell'agricoltura e nelle imprese guerresche.

Verso Camarina si è attirati, pure, per i suoi tesori ancora nascosti in tombe o sepolti da rovine avvenute in seguito alle varie distruzioni subìte dalla città a causa d'invasioni barbariche: splendide monete auree e d'argento, armi e vestimenta da combattimento, vasi, piatti e nappi con magnifiche decorazioni, statue e statuine di squisita fattura.

Tali tesori si comprendono esistere per tutte le monete, anfore, statue, etc. che si sono,nel suo territorio, ritrovate e portate via, da diversi secoli, dalle popolazioni delle città vicine che le hanno usate per ornamenti o le hanno vendute ottenendo, con facilità, lauti guadagni.

La gente di Terranova, per esempio, portò via, per costruire nuove chiese e nuovi palazzi, elementi architettonici, colonne, capitelli, marmi con sculture e pietre lavorate adatte per nuove costruzioni.

Il nome di Camerina (o Camarina o Camarana) proviene, probabilmente, dal sostantivo latino "camara" che significa stanza coperta da volta, poichè, difatti, le case dell'antica Camerina erano in gran parte composte da stanze con tetti a volta, a piccolo arco, con un lavoro edile chiamato "camurus", aggettivo latino che significa: curvato nel dentro.

Questa è la tesi sostenuta da pochi e valenti studiosi; ma, cercando noi, la più certa è quella che abbiamo illustrata in "Camerina antica" (Collana di Storia e Folklore di Sicilia, 1976) e cioè il nome di Camerina proviene da una tipica pianta siciliana, raffigurata in molte monete d'argento e d'oro coniate a Camerina, la quale vegeta ancora, in abbondanza, nel territorio camarinese e viene qui chiamata, volgarmente, "Giummarra" o "Giumara", ma che il suo vero antico nome è "Chamaerons humilis".

 

La fondazione della città ebbe inizio nel 645 avanti Cristo presso la foce del fiume Dirillo, 45 anni dopo quella di Casmena alla foce del Fiume Irminio, da parte delle ricche popolazioni di Siracusa (i "Gomori" ed i "Militedi") che, in seguito alla rivolta di quelle povere, avevano lasciato quella città, riuscendo a portare via la gran parte delle loro ingenti ricchezze formate da oggetti d'oro e d'argento e da pietre preziose.(1)

 

Fondata Camarina, gli abitanti trovarono protezione dalle forti città vicine sicule: Siculi (Scichili, Scicli), Ibla, Gela.

Nell'anno 552 a.C. Camarina è già grande e forte città tanto da combattere contro la metropoli di Siracusa; quest'ultima non riesce a vincerla poichè l'esercito camarinense è divenuto numeroso ed imbattibile.

Quindi Siracusa, per vincere, chiede aiuto alle amiche città di Megara ed Henna che inviano i loro eserciti a combattere contro quelli di Camarina.

Camarina, perciò, è costretta ad invocare l'intervento degli eserciti Iblei, di Casmena, di Acre, di Siculi (Scicli).

Dopo un grande scontro di tale eserciti avvenuto sulle rive del Fiume Irminio, a motivo di errori e tradimenti di capitani, le forze siracusane riportano una grande vittoria e distruggono la città di Casmena e poi devastano Camarina


(1) Alcuni scrittori antichi, tuttavia, affermano che essa abbia avuto origine da popolazioni sicule.

 

La Città con la sua superstite popolazione diviene una repubblica dipendente da Siracusa, ma conserva il suo orgoglio e manifesta indipendenza sfidando ancora Siracusa poichè Pamenide, vincitore in Olimpia nello stadio dell'Olimpiade LXIII, rappresenta Camarina come stato sovrano nelle liste dei giuochi Olimpici.

Camarina, con la vittoria di Pamenide, risale moralmente dinanzi al mondo, nei confronti di Siracusa, ma risale anche, subito dopo, militarmente poichè Ippocrate, re della pianura e della città di Gela, con il ricostituito esercito camarinense, sulle rive di Heloro, fiume del territorio di Siracusa, sbaraglia l'esercito siracusano.

La grandiosa vittoria è ottenuta per l'abilità di Gelone, comandante della Cavalleria, e del valoroso generale Cronio. Ciò avviene nel 492 avanti Cristo.

Ippocrate, dopo la disfatta siracusana, chiede a Siracusa l'indipendenza della città di Camarina ed il rientro degli esiliati camarinei in cambio della restituzione dei prigionieri siracusani.

Perciò, Camarina ridiviene stato sovrano ed aumenta la propria popolazione con il ritorno degli esiliati e con parte della popolazione di Gela.

A partire dall'anno 493 a.C., Camarina, stato forte e ricco, ha un solo fine. combattere Siracusa che in precedenza l'aveva devastata ed ora la contrasta di continuo nella sua espansione.

Il re Gelone, successore d'Ippocrate, invitato dal partito aristocratico a recarsi a Siracusa, dalla quale era stato scacciato, ve lo riconduce ottenendo, abitando in essa, di regnare su Siracusa.

Gelone, risiedendo in Siracusa, nomina viceré di Camarina il fratello Gerone che i Camerinesi non sopportano.

Quindi Gelone nomina viceré Glauco, famoso gigante pugilatore, che la popolazione di Camarina odia, sino a ribellarsi contro di lui e ad ucciderlo assieme al suo corteo vicereale.

Questo fatto, accaduto serve a Gelone per attuare il progetto che accarezzava da tempo nella sua mente, di distruggere Camarina e trasferire la popolazione in Siracusa per ingrandire la Metropoli.

Nell'anno 484 a.C., infatti Camarina viene incendiata, distrutta dall'esercito siracusano dopo una guerra combattuta aspramente dall'esercito camarinese e la popolazione di Camarina fu fatta trasferire in massa a Siracusa.

Per quasi cent'anni Camarina rimane deserta.

Nel 461 a.C., in seguito a rivolte delle popolazioni soggette che avevano contrastati e scacciati i re siracusani, il tiranno Trasibulo pure scacciato da Siracusa e poi ucciso, fa ripristinare tutto quanto i re di Siracusa avevano soppresso ed abbattuto. E, dunque, la popolazione di Camarina come quella di Katana, alla quale era accaduta la stessa cosa, fa rientro nella propria città, assieme a gente di Gela e di Scicli.

Inizia, per la città di Camarina, una terza splendida vita che durerà circa sessant'anni.

Nel 452 a.C., Camarina è di nuovo forte, grande e ricca e famosa in tutto il mondo per le sorprendenti vittorie riportate dal suo Signore in Olimpia, durante l'Olimpiade LXXXII.

L'anziano Psamide conquista tre corone in quell'Olimpiade:una con il cavallo singolo, una con la quadriga tirata da muli da lui stesso allevati ed una con la biga tirata da cavali anch'essi da lui allevati.

Due odi di Pindaro, il maggiore lirico greco del tempo, celebrano le vittorie di Psamide e vengono cantate in tutto il mondo abitato, facendo conoscere il suo luogo, il suo fiume, le sue glorie, le sue ricchezze, le sue arti, le sue avventure a causa di Siracusa.(1)

 


(1) Le due odi di Pindaro sono le seguenti:

 

LA IV ODE OLIMPICA DI PINDARO

O sovrano che vibri il fulmine,
infaticabile,
Zeus, mentre le tue feste stan terminando,
io vengo a te testimone di eccelse gare
che descrivo cantando.

Alla buona novella godono i buoni
se agli ospiti sorride la fortuna.
Tu, supremo dio che tieni
l'Etna -- vulcano folgoroso-- sul nero
Titone dalle cento fiamme,
accogli, benigno,
quest'ode di trionfo
per la vittoria in Olimpia.

Immensa luce immortale
tra i virtuosi
colpì Camema.

Dai carri di Psamide arriva,
chi, in Olimpia coronato d'oleastro,
ha fatto onore di Camarina.

Alle altre sue preghiere il dio
s'abbassi; perchè io lo esalto
intento a nutrire i cavalli
lieto di ricevere generosamente gli ospiti
e dedito con spirito sincero
alla Pace, protrettrice della Città.

Non fu menzogna il mio canto:
l'opera è prova dei mortali,
la qual liberò dal disprezzo
delle donne di Lemmo
Ergino, figlio di Chimeno.
Vinta la corsa delle bronzee armi,
disse a Isipele
mentre s'avvicinava alla corona:
"Son agile nel muovermi,
e così nel cuore e nelle braccia".

Spesso accade a eroe sovrano
che i capelli divengono bianchi
prima della vecchiezza:
Ma intatte restano
le forze della giovane età.

V OLIMPICA DI PINDARO:

A Psamide di Camarina
vincitore col carro tirato
dalle mule e con il Celete (cavallo da sella)

Le somme virtù e le corone olimpiche,
tu figlia, del dio Oceano (1), prendi
lieta il caro fiore,
offerto da Psamide e dalle cavalle mai stanche.

Egli ingrandiva la tua
Città, Camarina, madre di genti,
onorando con i più grandi riti
i sei altari gemini (2)
di buoi sacrificati e di corse
nel giorno quinto:
quadriga e mule e celete.

E a te -- vincitore -- donava la gloria
dopo che l'araldo ebbe annunciato
il genitore Acrone e Camarina ricostruita (3).

Di ritorno dagli amati siti
di Pèlope e d'Enomen,
Pallade che custodisci la Città,
egli ora canta la selva a te sacra e le sponde
d'Oanis e il patrio lago,
e i sacri rivoli
per cui l'Ippari irriga la plaga
e di solide case costruisce
lesto una grande selva d'uomini
traendo il popolo dal buio alla luce.

In altre opere oro e fatica
si rischia sempre di perdere;
ma chi vince per fortuna
vien lodato da tutti.

Tu, Zeus, Salvatore, d'in su le nubi,
abitante la vetta del Cronio
glorifichi il vasto corso d'Alfeo
e la sacra spelonca d'Ida,
ti supplico cantando
accompagnato dal suono dei flauti:

concedi il fregio di gloria
ad imprese di questa Città
e a te, vittorioso in Olimpia
porti alla fine
tranquilla vecchiaia
e godimento tra i tuoi figli
finchè respiri.

Ma chi ebbe fortuna
ed ha forza e fama
degli dei lo splendore
non cerchi avere.

 


(1) La ninfa Camarina.

(2) Le are gemine, in numero di sei, erano dedicate agli dei durante le feste Olimpiche. Eran dette gemine perchè ognuna di esse era consacrata a due divinità.

(3) Camarina, a causa e dopo la vittoria di Psamide, fu risarcita da Siracusa che l'aveva precedentemente distrutta.

 

 

Il popolo di Camarina per tutto ciò si esalta, s'innalza, è in eccessivo fervore, è orgoglioso, si reputa superiore, acquista sentimenti nuovi nazionali, altamente patriottici, la Città ed il suo territorio sono, rappresentano l'Universo, per essi si vive primi fra tutti, per essi si può morire in qualsiasi momento.

Lo Stato-Città di Camarina s'ingrandisce, si estende, supera quello di Siracusa e vuole distruggerlo come Siracusa aveva distrutto Camarina in epoche precedenti, vuole fare dell'Isola di Sicilia un solo Stato simile a quello primiero fatto dal re Siculo.

E perchè i Camarinesi in questo periodo sono consapevoli della propria forza, sono ricchi, credono nel loro valore e sono irrequieti, attivi, attenti a tutto ciò che accade in Sicilia e nel bacino del Mediterraneo, pronti ad intervenire economicamente e militarmente.

Mentre nel Peloponneso si guerreggia, in Camarina esistono due grandi Partiti: uno capeggiato da Archia (V.Tucidide IV-25-7) è per la Sicilia come Nazione, l'altro è tradizionalista, alimentatore d'odio contro Siracusa.

Questo secondo Partito prevalse in Camarina. L'odio contro Siracusa che l'aveva devastata più volte è enorme così da farla alleare con Atene e la Calcidonia ed i Joni e parla, persino, contro la forte Gela, ora amica di Siracusa.

Ed anche, dopo la perdita di Messana da parte degli Ateniesi nell'anno 425 a.C. e l'aumentato prestigio in Camarina d'Archia, i Camarinesi con l'aiuto della flotta di Atene rimangono in posizione d'intransigenza nei confronti della metropoli Siracusa ed iniziano a condurre una forte e sanguinosa guerra contro la città di Gela.

La rovinosa guerra contro Gela, porta ad una tregua tra le due città e trascina Camarina, per non perdere il suo dominio, ad allearsi per la prima volta con Siracusa che cerca e riesce con altre città ad allontanare dall'isola l'egemonia ateniese.

Tuttavia, nel 422a.C., tornando la flotta ateniese in Sicilia, il partito non nazionale e , definito, separatista di Camarina, in quel momento al governo, rinverdisce l'alleanza con gli Ateniesi.

Ma, i due partiti dilaniano Camarina che, in pericolo, non sa scegliere se schierarsi con Siracusa o Atene. Dall'anno 414 a.C., quindi, si allea con Siracusa oppure con Atene, a seconda delle vittorie militari riportate dall'una o dall'altra.

Quando la flotta ateniese sbarcò a Reggio Calabria, un'ambasceria di Camarina offerse alleanza ed aiuto e rivelò patti segreti militari fatti con Siracusa, e quando la flotta ateniese s'avvicinò sul litorale di Camarina, chiedendo di sbarcare l'esercito, Camarina s'oppose portando a pretesto accordi stipulati anni prima con Sparta con i quali non si permetteva ad armati di Atene di entrare in Camarina, ma si consentiva l'ingresso in essa solo ai suoi ambasciatori (V.Tucidide, L.VI).

Ed in seguito, in Camarina prevalse la paura contro gli Ateniesi che portò ad un avvicinamento della Città verso Siracusa e, più tardi, ad una neutralità armata tra i due blocchi ateniese e siracusano.

Nell'anno 412 a.C. le vittorie di Filippo riportate sugli Ateniesi trascinano il popolo camarinese a mandare cavalieri armati di lance, di giavellotti e di arco in soccorso di Siracusa. L'odio contro Siracusa è allontanato da quello che Camarina nutre fortemente per gli stranieri in Sicilia.

Tale azione di Camarina conduce la Sicilia ad essere indipendente dallo straniero poichè, allontanate e vinte le forze ateniesi nell'Isola, Camarina partecipa alla guerra con Siracusa per liberare la Sicilia Occidentale dalla dominazione punica.

Nell'anno 406 a.C. l'esercito camarinese fa parte della spedizione che tende alla liberazione di Agrigento (V.Diodoro, XIII, 86) dai Cartaginesi.

Ad Imera, gli eserciti punici sono sconfitti, ma Agrigento non potè essere liberata in quanto i capi d'essa non ordinarono l'assalto delle truppe agrigentine contro gli assedianti nel momento che si guerreggiava ad Imera.

Il condottiero e prode oratore Menone, capo dell'esercito camarinese, fece così condannare a morte i generali agrigentini, dopo averli accusati pubblicamente di tradimento.

Alla distruzione di Agrigento da parte dei Cartaginesi segue la distruzione di Gela nel 406 a.C. ed un'altra nuova sciagura per Camarina.

Dionisio, reputando di non poter difendere e salvare Camarina, dopo la caduta di Agrigento e di Gela, impone alla popolazione di Camarina di lasciare la città e trasferirsi a Siracusa.

Stipulato il Trattato di pace nel 401 a.C. con i Punici, Dionisio lascia Camarina, con parte della popolazione, al dominio di Cartagine; le rimanenti parti di essa emigrano nella città di Leontini.

Camarina perde, così, il suo splendore e la sua importanza e non la riacquista nemmeno nel 393 a.C., quando Dionisio la libera alfine dai Cartaginesi, anche se la Città prende parte alle spedizioni di Dionisio a Mozia e a quelle di Dione a Siracusa (V.Diodoro, XVI, 82).

 

TIMOLEONTE

 

Il tramonto di Camarina nell'anno 339 a.C. fa aumentare in Sicilia la potenza di Siracusa e quella di Cartagine. Queste due Città si dividono il dominio dell'Isola sfruttando e maltrattando le varie popolazioni e nessuna altra forza riesce a contrastarle.

Ma il destino vuole ancora che Camarina rinasca, ricostruisca le sue mura e le sue fortificazioni, che la sua gente guerriera si moltiplichi, che la sua arte ed i suoi commerci con le altre città del bacino del Mediterraneo s'incrementino eccellentemente.

La "quarta" Camarina, nasce, diviene grandissima, forte e temuta.

Tutto ciò ad opera di un grande condottiero, Timoleonte, capitano dei Siculi che, fatta ricostruire Camarina e postosi anche alla guida del popolo Camarinese, sbaraglia i Punici, altri barbari ed i Siracusani, rendendo Camarina, capitale d'un forte Stato nella parte sud-orientale dell'Isola.

L'opera e le lotte di Timoleonte, dopo la di lui morte, lasciano Camarina tanto grande e potente da essere rispettata e temuta da Cartaginesi e da Siracusani e la sua influenza, il suo dominio nell'Isola è in continuo aumento. Le sue ricchezze, a causa delle sue fabbriche, dei suoi prodotti agricoli, della vendita delle sue ceramiche e degli allevamenti di bestiame, sono favolose. La potenza militare d'essa e la sua grande flotta armata diventano prime nell'Isola. La sua potenza economica ingelosisce ed allarma la città di Roma che, ora, è l'unica forza che può contrastare Camarina e che mira, vinti Siracusani e Cartaginesi, a dominare l'Isola interamente.

Nell'anno 258 a.C. infatti, i Consoli Attilio e Sulpizio, capi di un fortissimo esercito romano, iniziano un assedio della città di Camarina, cercando di conquistarla ed assoggettarla al dominio di Roma.

Ma il Lago di Camarina, la flotta in mare, le cinta di mura altissime, le fortificazioni collocate in posizioni irraggiungibili rendono vano, e per lunghi anni gli sforzi bellici dei Romani.

Il Senato Romano è perplesso e nuove spedizioni d'armati in Sicilia non approdano a nulla sino a quando Gerone, signore di Siracusa, per accattivarsi la simpatia di Roma, va ad offrire denaro, vettovaglie, il potenziale bellico siracusano costituito, soprattutto, dalle terribili ed infernali macchine inventate e fatte costruire da Archimede.

Tramite il bombardamento ad opera delle macchine belliche del grande scienziato, le forti mura di Camarina vengono demolite e la stessa, dopo accaniti combattimenti, è conquistata.

Presa la Città, l'ira dei Romani si scatena per tutti gli smacchi e le perdite subite, distruggendo, incendiando, facendo schiavi i guerrieri non caduti in combattimento, uccidendo donne, vecchi e bambini che non potevano servire.

Tutta Camarina viene abbattuta, le sue strade e le sue piazze rimangono per molto tempo piene di cenere e di sangue.

Il grande eccidio compiuto dai Romani, estinta quasi per intero la razza camarinea, non farà più ricostruire Camarina la quale appare ancora distrutta in quanto colpita nelle sue fondamenta.

 

IL LAGO

La Città di Camarina, sorgeva su promontori, alle falde dei quali passavano le acque tumultuose del fiume Hipparis. Questo fiume, in gran parte navigabile e pieno di anguille e di tinche, costituì, oltre a rendere difficile la conquista della città, uno strumento di ricchezza per Camarina poichè serviva ad irrigare le valli e pianure circostanti coltivate a vigneti, uliveti, frutteti, a cereali, a leguminose.

L'importanza d'esso appare in alcune monete camarinesi che raffigurano il fiume come un dio giovane, con corona sulla fronte e circondato di pesci.

A proteggere la città era anche una palude dalle acque torbide e nauseabonde, esistente su sabbie mobili ed un lago di color azzurro abitato da una Ninfa chiamata Camarina che solcava le acque sdraiata nuda sulla groppa di un grande cigno, così come appare raffigurata in altre finissime monete d'argento della Città.

Il prosciugamento di tale lago, avvenuto ad opera di Psamide, facilitò la conquista, oltre che con le macchine di Archimede, della città di Roma; infatti, in Roma, dopo la conquista di Camarina, circolò un detto, per avvisare di non danneggiarsi personalmente, che suonava: - Non muovere Camarina! -

A nord di dove esistette tale lago, oggi, si può guardare, su d'un colle, il più grande cimitero di Camarina da dove sono stati estratti ingenti tesori costituiti da monete, monili, suppellettili, vasi che hanno documentato l'esistenza di un Popolo antico che ebbe altissima civiltà.

 

IL PORTO ED I TEMPLI

Verso il litorale esiste traccia di grandi costruzioni portuali che fanno rilevare nell'antica Camarina quel vasto ed importante porto commerciale e militare che portò ricchezza e primato alla Città.

A sud della Città esisteva altro ridente fiume: l'Oanis, cantato dai poeti antichi detti Orfei e da Pindaro.

Una grande collina al centro dei due fiumi Hipparis ed Oanis, piena di torri, fu la parte più fortificata della Città.

E tra i boschi, di cui ne rimane in parte l'esistenza, su altre alture circostanti, esistettero templi splendidi di cui ne esistono le rovine, dedicati a Linda, a Minerva, a Mercurio, alla Ninfa Camarina, al dio Hippari.

 

 

IL TERRITORIO

Valle e colline, grandi e piccole, per un vasto raggio manifestano rovine di mura, di case, di cisterne, di strade, il perimetro della Città che fu grande e capitale d'un vasto Stato.

Il territorio dello Stato camarineo, difatti, comprendeva tutta la catena di colline vicino a Gela seguite dal fiume Dirillo, l'altopiano del Lauro che fa nascere l'Irminio, di Acate ed i territori oggi appartenenti ai Comuni di Comiso, Vittoria, Santa Croce Camerina sino ai promontori delle antiche Ible, Scicli, Modica (Motyke).

 

LA STRABILIANTE FONTE SACRA A DIANA IN CAMARINA

 

Una bellissima fonte di marmo con acque dolci, limpide e fresche, circondata di verzura, era in Camarina oggetto continuo di attrazione, curiosità e grande sbalordimento.

Nel bacino d'essa versando del vino, le acque non s'inquinavano, non si mescolavano con esso.

E così pure versando qualsiasi altra sostanza liquida.

Essa fu sacra a Diana, dea della caccia, protettrice dei pastori, dei boschi e delle arti. Vicino alla fonte perciò esisteva una statua che la ritraeva, alta e snella, giovane e bella di forme, con la faretra legata alla spalla destra che le scendeva lungo il fianco colma di frecce e con potente arco nella mano sinistra.

Le acque della fonte erano prodigiose, curavano infallibilmente diversi mali e se, attinte e messe in recipienti, rimanevano inalterate per settimane ed anche per lunghi mesi. Ma ciò, non è tutto.

La Fonte di Diana, ancora, in Camarina era usata in modo singolare per l'amministrazione della giustizia penale. Difatti, in essa potevano attingere acqua soltanto persone che non si erano macchiate di delitti, non avevano commesso colpe e non avevano compiuto impurità.

 

Se lo facevano tali persone, le acque divenivano torbide, ribollendo furiosamente. Quindi gli accusati di reità in Camarina - se il giudice dopo il processo rimaneva perplesso e dubbioso - erano accompagnati alla fonte per far loro immergere le mani nell'acqua così d'aver la prova della colpevolezza oppure dell'innocenza.

 

La fonte sacra a Diana scomparve con l'ultima distruzione di Camarina e la ricerca di essa, fatta da diversi studiosi, è stata infruttuosa. Lo Schubring - che la cercò febbrilmente - la volle vedere nei pressi dell'attuale Sancra Croce Camerina in una sorgente conosciuta con il nome " La Fontana ". Altri autori la videro in altri luoghi, sforzandosi di provarne il rinvenimento con argomentazioni che rispecchiano pochezza d'ingegno, o vanità o spirito campanilistico.

 

La mirabolante fonte dedicata a Diana in Camarina, descritta da numerosi poeti e scrittori, fu distrutta interamente e per sempre con la scomparsa della grandiosa Città che la possedette, Città le cui rovine oggi sono coperte di sabbia e di vegetazione.

Le acque che alimentavano tale fonte, tuttavia, sono probabilmente sgorgate in altri siti dell'antico territorio Camarinese perchè esse sono ancora straordinarie, curative, limpide e dolci, inattaccabili da germi patogeni, da bacteri, e se conservate in recipienti di vetro durano parecchio tempo a ristoro di malati, di vecchi e bambini dagli stomaci delicati.

 

LA RELIGIONE

 

L'antica Camarina ha una religione che colma di esseri divini il suo lago (la dea Camarina), i suoi fiumi (il dio Hippari ed Oanis), il suo mare, i suoi colli, la sua terra, il cielo che la sovrasta.

Si credeva in Essa che le divinità, fossero poste a comando dei vari elementi della natura e si presentassero sotto l'aspetto umano, ma con statura gigantesca, superiore a quella degli uomini e con nel viso bellezza e maestà fantastiche.

Le divinità erano prese d'amore e d'odio similmente agli uomini ed avevano gli stessi vizi, le virtù, i sentimenti.

A capo di tutte le divinità era Giove (Zeus), il quale dimorava sul monte Olimpo. Egli riuniva i nembi e scagliava terribili folgori sugli dei, sugli uomini e sulle case. Era re degli uomini e di tutti gli dei e del cielo; era buono e saggio e marito di Giunone (Hera), dea dotata di abbondanti, ma belle forme, la qual proteggeva i parti, gli sponsali, la famiglia e perciò molto venerata in Camarina.

Nettuno (Poseidone), era fratello di Giove, suscitatore di tempeste a mezzo d'un tridente di ferro poichè dio del mare.

Nel sole era visto e raffigurato Apollo, dio che, nel suo tempio di Delfo, faceva trarre i vaticini: Egli era cantante e suonatore di cetra (fu detto perciò "Citaredo") e guidatore delle Muse (Musagete). Sua sorella era la luna, chiamata dea Diana (Artemide) ed era raffigurata come bellissima ed insuperabile cacciatrice: Ella trascorreva cacciando la stagione invernale, perchè calda, lungo il fiume Irminio.

Venere (Afrodite), nata dalle spume marine, era la dea dell'amore e della bellezza.

Minerva (Athena), era la dea che quantunque armata e guerriera, proteggeva la pace, le arti, i lavori casalinghi femminili e venne quindi rappresentata in molte monete Camarinesi.

Marte, era dio della guerra (Ares); Vulcano (Efesto) il dio del fuoco (zoppo e pieno di fuliggine, faceva il fabbro nell'interno dell'Etna e preparava le folgori a Giove); Mercurio (Hermes, che diede il nome al fiume Erminio o Irminio), dio protettore del commercio e della musica (inventò la lira), era il messaggero degli dei e la guida dei Defunti negli " Inferi " (il Mondo sotterraneo) e per questo soprannominato " Psicopompo ".

Plutone (Hades) dio dei morti e del mondo dei defunti, rapì Proserpina(1) (la leggenda vuole nei pressi di Donna Lucata, marina di Scicli), figlia di Cerere, dea delle biade, per farsela sua sposa. In onore di Cerere venivano qui celebrate le " Feste delle Biade " nel mese di luglio.

Assieme a queste divinità venivano venerati gli Eroi che prima furono ritenuti semidei perchè figli di dei immortali che si erano uniti a donne mortali oppure figli di dee che si erano accoppiate a uomini mortali.

Tra questi furono Eracle(2) figlio di Giove e della regina Alemana di Tebe, raffigurato giovane e senza barba col capo coperto da una pelle di leone (liberò diverse contrade dagli animali feroci) oppure incoronato e vecchio su monete Camarinesi, il quale salva Camarina da parecchie sventure; Bellerofonte raffigurato a cavalcioni del cavallo alato Pègaso (affrontò e diede morte alla Chimera, animale mostruoso con teste di serpente, di capra e di leone vomitanti fuoco) che salva, anche lui, più volte Camarina.

 


(1) A Proserpina, dopo le nozze con Plutone, fu data da Giove come dote, privilegio e conforto, l' Isola di Sicilia.

(2) In Camarina fu a lui dedicato un tempio.

 

LE CELEBRAZIONI RELIGIOSE

 

Le celebrazioni religiose in Camarina erano connesse, in modo fantastico, con il culto dei Defunti. I Camarinesi credevano fortemente che lo spirito (il doppio) che abitava nel corpo, una volta abbandonato, facesse ritorno in esso. E adorarono Iside, la dea Mediterranea che teneva il mezzo, il segreto della vita nuova con il quale i defunti erano capaci di risvegliarsi.

Grande attenzione e cura i Camarinesi mettevano nella collocazione delle salme, per tenerle conservate lungamente; grande impegno ponevano nell'erigere monumenti sepolcrali, nella costruzione di tombe grandiose - urne e sarcofagi - che ancor oggi è possibile ammirare adornati di minuziosi bassorilievi, di sculture, di disegni floreali, di pitture fantastiche, di statue che raggiungono gradi di altissima magnificenza.

E grande impegno ponevano, altresì, nella dotazione del corredo funerario: ritornando a nuova vita, i morti Camarinei avevan bisogno di tutto quell'indispensabile che era loro servito in vita: denaro, armi, maschere auree, attrezzi da lavoro, gioielli, vasi e piatti d'argento, anfore contenenti olio e vino, lucerne, ampolle con profumi, etc.

E' per impossessarsi di questo corredo funereo, che le necropoli Camarinesi sono state smantellate e distrutte.

 

I GIUOCHI

 

Le prime antiche e grandi città siciliane, ante e durante la potenza di Camarina, formavano Stati autonomi sovrani retti da esponenti di partiti aristocratici (oppure popolari) e anche da re. Si combattevano tra di essi sino a rovinarsi vicendevolmente.

Ciò che le univa era soltanto il carattere comune religioso e gare e giuochi che venivano indetti, periodicamente, in onore degli dei che adoravano, erano ritenuti sacri.

A causa dei giuochi, molti abitanti di queste città effettuavano lunghi pellegrinaggi per assistervi o per partecipare come giuocatori atleti.

I giuochi erano: Olimpici (venivano celebrati ogni quattro anni in Olimpia, nell'Elide), Pitici (fatti in onore di Giove e di Apollo, detto Pitio, dopo aver vinto e ucciso il mostruoso serpente dal nome Pitone), Nemei, fatti ogni due anni a Nemea, Istmici, nell'Istmo di Corinto; Camarinesi, in Camarina (si svolgevano principalmente con carri tirati da mule o da giumente).

Ai giuochi affluivano genti da ogni regione del bacino del Mediterraneo e abitanti delle città-colonie Elleniche e di quelle edificate in terre dell'Oriente e dell'Occidente.

La partecipazione ai giuochi avveniva a causa d'uno smodato desiderio di ricevere premi e gloria e per sentimento patriottico, ma soprattutto per passione religiosa.

Durante lo svolgimento d'essi, per il carattere di religiosità, si finivano le guerre o venivano sospese.

I giuochi consistevano prima in gare ginniche, poi musicali, poetiche e oratorie.

Le gare ginniche consistevano nell'esecuzione di corse a piedi, lancio del disco, palla di ferro e giavellotto, pentatlo (lotta), pancrazio (lotta e pugilato), corse con liberi cavalli o cavalli attaccati a bighe e quadrighe.

Chi vinceva, otteneva grandissima gloria che - cantata dai poeti - veniva conosciuta in tutto il mondo civile abitato.

In Camarina, dopo la vittoria dei Camarinei Pamenide nell'Olimpiade LXIII, di Psamide nell'Olimpiade LXXXII, si svolsero giuochi solenni che duravano diversi giorni nella seconda decade d'agosto. Per i giuochi Camarinei furono fatti speciali e numerosi allevamenti di magnifici cavalli, instancabili giumente e velocissime mule.

 

 

LE FESTE

 

Da versi di Teocrito si rileva che in queste parti Sud-Orientali dell'Isola fu Bacco - inventore del vino - ad invogliare a mangiare i pomi ed altri frutti mangerecci che maturavano splendidamente in e su piante selvatiche, non coltivate. E nelle città anticamente qui sorte: Sicoli, Camesena, Ino o Initto, Hesperia, Kalvisiana, Hippana, Bruka, Kaucana si celebrarono feste ai pomi e all'uva in onor di Bacco, ai fichi in onore del dio Milichio "conservatore" dei frutti autunnali per il quale esistevano qui dei templi (3), alle biade in onore di Cerere, ai fiori in onore di Diana e della Primavera, stagione ritenuta sacra.

E così pure nella Città di Camarina, si celebrarono Feste dei Frutti, Bacchiche, Cereali e Floreali.

Le feste Floreali si svolgevano sul sabbioso litorale di Scicli (Donna Lucata), di Casmena (alla foce del fiume Irminio), di Camarina (alla foce dell'Ippari) nel mese di maggio. Esse erano celebrate a mezzo di danze eseguite da fanciulle coronate nel capo e col petto inghirlandato di "Maie" (margherite gialle che fioriscono da piante spontanee). (Cotale usanza è rimasta sino a pochi anni fa in Scicli, dove fanciulli e fanciulle il 1° maggio celebrano la "Festa delle Maie").

La festa dei Pomi, negli ultimi giorni di giugno (4).

Le feste Cereali, nel mese di luglio, mediante musiche, recite e lauti banchetti. (D'esse, in questi luoghi dell'Isola, è rimasta la tradizione, consumando nei campi " La Scialata " - scorpacciata di vivande - appena ultimata la trebbiatura).

Le feste dei Frutti alla fine della vendemmia, nei primi giorni di settembre, con canti, danze e mangiando pesci arrostiti, frutta, vivande e dolci eseguiti a base di farina e di mosto cotto.

Tali feste -- oltre a farne menzione antichi scrittori e cronisti locali --, si rilevano da descrizioni di vasi Camarinesi rinvenuti, in seguito a scavi, dagli scrittori e archeologi Sciclitani: Fra' Mariano Perello, Canonico Gaspare Bellassai, Preposto Canonico Don Giovanni Penna, Arciprete Don Antonino Carioti, Canonico Salvatore Pacetto, Barone Benedetto Spadaro, gli eredi dei quali, sino a poche decine d'anni fa, li conservavano gelosamente e - traendone piacere - li facevano ammirare esposti, ordinatamente, in grandi sale di sontuosi palazzi.

 


(3) Uno di questi si trovava sul piano delle Milizie di Scicli, poi trasformato in tempio cristiano da Ruggero il Normanno negli anni 1091-1093.

(4) D'essa n'è rimasta la consuetudine nei Centri delle province di Ragusa e Siracusa e specialmente in Scicli, celebrando ogni 24 giugno, dedicato a San Giovanni decollato, la " Festa re Puma " o " re Trunza " o " re Pupi ". Essa si realizza nel facimento di bambole (Pupi) che hanno teste di pomi o di cavoli, le quali vengono portate su canestri foderati di stoffe sgargianti da gruppi di bambini e di ragazzi presso le chiese locali per farne eseguire al fonte battesimale " u battiù " (il battesimo). Indi, di ritorno a casa, vengono fatti " 'i spinagghi " (distribuzione di dolci e rosoli; offerte di fave, ceci abbrustoliti e vino).

 

 

I VASI DI CAMARINA

 

Il Pelike - l'Idria - l'Anforetta - il Cratere - l'Epikisis - le Giare

 

Le maioliche scoperte nell'antica città di Camarina destano stupore per perfezione, finezza di stile, singolari decorazioni, purezza e vivacità di colori, bellezza di forme.

Il PELICHE camerineo ha il collo alto e slanciato meravigliosamente e similmente alle Palikai attiche create con lo stile di Kere. Il carattere decorativo d'esso è in preminenza pomposo-rituale.

L'IDRIA camarinese, è vaso con fasce dipinte a circolo tra disegni di fiori. Fasce e disegni rendono l'Idria molto elegante.

L'ANFORETTA di Camarina, è quasi sempre decorata di animali e di pesci e supera in bellezza artistica quella Etrusca per disegni e macchie tra le anse.

Il CRATERE camarineo è molto importante per decorazioni dipinte e graffite, per protomi di femmine sopra la base delle anse e per altri sopra l'orlo.

PITHOI di Camarina, sono grandi giare per tenere provvigioni in giusta quantità.

L'EPIKYSIS è straordinario per disegni riportati con motivi agresti ed altri. Così per esempio:

" ...Questi sepolcri contenevano bellissimi vasi ed io vidi presso il barone Vitale una Kelebe in quel posto,la quale da un lato mostra due ninfe assediate da due satiri, e dall'altro una scena ginnastica e ornamenti come erano massime in uso ad Agrigento " (5).

Tazze, brocche, brocchette, lucerne, vasetti, attingitoi, piatti, statuette di divinità, dischi votivi, lacrimatoi eseguiti nelle fabbriche di Camarina, sono stupendi per finezza di fattura, per colori vivaci, rappresentazione fantastica di figure, potenza di espressione e costituiscono capolavori d'arte. Arte camarinese insuperabile e straordinaria come insuperabile e straordinario è tutto ciò che in questi luoghi dell'Isola ebbe ispirazione, trasse vita, scaturì dal pensiero e dalle opere armoniose realizzate dal grande genio Siculo. Genio civile primo a comparire e ad ammaestrare nei Paesi intorno al bacino Mediterraneo.

 


(5) Schubring: Camarina, Palermo 1882.

 

IL " DIVINO CAMARINEO " PSAMIDE "

 

Ad ogni ciclo di prosperità, di floridezza e di potenza nelle antiche città della Sicilia Orientale e Meridionale, notiamo un corrispondente meraviglioso periodo d'incremento delle arti, degli studi, delle invenzioni, delle discipline atletiche e ginniche.

Così in Camarina, quando ricca e forte, nascono sette di poeti e di musici, gimnasi, scuole oratorie, filosofiche, mediche e matematiche, numerose botteghe di scultura, di pittura e lavorazione di ceramica e d'oro.

Musica e poesia si sviluppano sino al sublime e lo stesso Orfeo, che si vuole nato in questa Città (6), incanta con la sua arte le Genti mediterranee e viene brillantemente imitato da un folto stuolo di poeti (la Setta degli Orfici).

I componimenti poetici di questa setta in Camarina - quantunque arrivati a noi in modo frammentario - sono fantastici (7)

Altra famosa Setta poetica che ebbe vita in Camarina e fama nel Mondo civile antico, è quella degli Scoliasti.

Poemi, canti e musiche camarinei, feste e giuochi, tenuti in Essa - le corse delle quadrighe tirate dalle mule perchè abolite in Olimpia - attraggono popolazioni dei Paesi del Mediterraneo le quali barattano merci, spezie, metalli, etc.

Un grande poema: " La discesa dell' Ade " che descrive di una paradisiaca Camarina e di altre città ad Essa vicine - secondo alcuni autori - è opera di Orfeo.

Ma non soltanto nelle arti belle, nei commerci e nella guerra Camarina eccelle fra le città antiche mediante suoi bravi cittadini. Essa primeggia, è vittoriosa pure nei giuochi Olimpici nazionali. Infatti, Psamide (o Psaumide), probo figliuolo di Acrone, vince in Olimpia nell'anno 452 a.C. (la LXXXII Olimpiade) - sebbene in età avanzata - tre corone con una quadriga tirata da giovani mule da lui stesso allevate, con una biga tirata da stupende cavalle e con il Celete (cavallo singolo con sella).

Egli partecipò e vinse tali tre corone di quell'Olimpiade, rappresentando Camarina contro giovani sovrani rappresentanti i più forti Stati dell'epoca.

Partecipò altresì a celebri gare che si svolsero in Sicilia. Per le vittorie riportate in Olimpia, fu osannato da Pindaro nelle Odi IV (in Olimpia) e V (in Camarina) conosciute come " Olimpiche ".

Camarina - per le Odi pindariche - fu conosciuta in tutto il Mondo allora abitato e oggi, solo per esse, il suo nome è ancora menzionato.

Psamide, per le sue vittorie, figura nelle coniazioni di monete camarinesi e a lui vengono dedicati canti mentre in Camarina si fanno sacrifici sulle grandi are dei templi di Giove, Atene, Iside, Cerere, Diana, Apollo e della Ninfa Camarina.

Lo stupefacente trionfatore dell'Olimpiade LXXXII, è anche un buon amministratore nel governo di Camarina e tanto eccelso in opere di fabbrica e di bonifica che esegue e fa eseguire però con atteggiamenti quasi divini da far temere ad alcuni suoi estimatori ed osannatori che la gloria riportata in Olimpia e in altre città gli abbia montata la testa e che nutra quindi il disegno di farsi proclamare sovrano assoluto nella "democratica" repubblica di Camarina, riunendo nelle sue mani tutti i poteri, sia civili sia militari.

Tale timore è espresso pure da Pindaro - che partito dalla Grecia visita Camarina assieme ad altri illustri personaggi accolti regalmente da Psamide - nella V Ode e proprio quando l'onesto inclito Eroe fa risorgere Camarina dalle rovine, fa costruire palazzi dove sono ceneri per precedenti distruzioni della Città.

La Quinta Ode pindarica, infatti, esorta Psamide a guidare il popolo Camarinese (e dunque a non tiranneggiarlo come fan tutti gli altri chiamati al governo della Città isolane) e non desiderare di eguagliare gli Dei.

Nell'Ode V, è detto:

"... canta o Pallade,
la tua foresta
ed il fiume Oanis,
per i quali il fiume Hipparis
disseta la plaga
e arricchisce le genti.
E tu (Psamide) costruisci un'alta selva
di solidi edifici
conducendo il popolo dal buio alla luce ".

 

E l'antica Città di Camarina - com'è nell'augurio del grande Vate ellenico - passa dalle tenebre alla luce con l'illuminato governo dell'Olimpionico Psamide, figlio di Acrone.

E dall'oscurità - noi speriamo oggi (e facciamo vividi voti), che quanto prima gli ultimi tesori, gli avanzi delle rovine degli edifici, le piazze, gli acquedotti, le mura, le statue, scritte su marmi, splendidi vasi, sarcofagi, macchine e utensili, le bellezze artistiche straordinarie ed alcuni dei monumenti eccelsi di Camarina - possano ritornare alla luce.

 

LE MONETE CAMARINENSI

 

Poco risulta scritto in lingua italiana sulle numerose monete coniate in oro, argento, bronzo e rame dalle diverse zecche di Camarina poichè di esse monete si sono occupati solo Autori stranieri ( Tedeschi, Inglesi, Francesi, Americani).

La più rara e la più bella delle monete della Città è il didramma che porta nel diritto uno scudo sormontato da elmo e nel rovescio una piccola palma con piccoli frutti e la scritta Camarina in lingua siciliota-greca.

Una vera ed ampia storia in lingua italiana delle monete Camarinensi, è ancora da fare.

La coniazione delle monete comincia a Camarina subito dopo la sua fondazione. Le monete di tale periodo sono poche e non belle né perfette.

Dopo, ne vengono fatte di magnifiche (eccellenti, da sembrare oggi false per la loro perfezione) ed in grande quantità poichè nel 450 a.C. Essa è nel suo maggiore fulgore.

Nel diritto d'esse è raffigurata la dea Athena posta all'impiedi ed armata, nel rovescio la Vittoria alata in volo; oppure la figura del dio fluviale Hyppari nel dritto e nel rovescio una figura femminile (la Ninfa Camarina) coricata su un Cigno nuotante tra onde mosse dal vento (della palude di Camarina).

A queste seguono dei tetradrammi portanti del diritto il capo di Eracle e la scritta Kamarina e Kamarinaion, nel rovescio una quadriga sormontata da la Vittoria coronata in volo. Nel rovescio di molte altre, ove appare la firma degli incisori Esakestide, Eume ed Enai, sono simboli che si riferiscono a colture agricole: grano, orzo, ulivo, vite e a paesi d'acque dolci (tinche ed anguille) che vivevano in copiosità nella grande palude e nei fiumi Camarinensi.

Pesci che, una volta catturati e cotti, formavano pietanze prelibate; queste furono molto famose nel mondo antico, medioevale e moderno.

TETRADRAMMI D'ORO: Attorno agli anni 410-406 a.C. furono coniate dei tetradrammi d'oro aventi nel dritto il capo coperto di pistrice della dea Athena e nel rovescio la scritta ka e rametti d'ulivo con dei frutti pendenti.

Alla splendida coniazione di monete d'oro e d'argento segue quella meno pregevole di bronzo durante l'invasione dei Cartaginesi nel sec. V, e la decadenza e le sofferenze di Camarina, le quali continuano durante l'impero di Dionisio. In esse appaiono strani simboli e cioè la Civetta con ali chiuse tenente una lucertola e la stessa Civetta con ali aperte; cavalli alati galoppanti, la Gorgone, il Toro procombente...

Il toro appare anche nelle ultime coniazioni della Città prima e dopo la metà del terzo secolo avanti Cristo assieme alla Ninfa Camarina e alla Civetta con ali spiegate contornata da chicchi di cereali.

Il Toro, la Ninfa Camarina e la Civetta tra cereali, sono gli ultimi forti, delicati e tristi simboli della Città.

In essi è facile interpretare le vicende disastrose, funeste di Camarina: la figura del Toro che si difende assalendo è il ritratto del fiero e forte popolo Camarinense che si difende e assale; l'ignuda formosa Ninfa Camarina, trasportata sul Cigno nuotante tra tempestose onde del lago, è il presagio della fine della Città; la Civetta è l'annuncio della morte, una morte spaventosa ed inaspetteta poichè l'uccello si presenta proprio quando è tempo di mietitura, di messi, della raccolta del grano, dell'orzo, dei frutti succosi e prelibati delle vigne e quindi di giorni che dovrebbero essere di festa, di banchetti, di canti, di musiche e danze, d'allegria.

 

MONETE CAMARINENSI

 

 

TIPI: Diritto: Cigno, Vittoria, testa di Ercole, testa del dio fluviale Ippari, testa di Apollo, di Pallade e Cerere.

-- Elmo corinzio su scudo-- Gorgona mascherata.

Rovescio: Aquila, Cigno, Ninfa su cigno, Pegaso, Civetta e Lucertola, Civetta e Coniglio, Vittoria, quadriga, Ercole nudo, cavallo e palma fra due gambe.

Leggende: KA--KAMA, KAMAS--KAMAPINA, KAMAPINAION.

Incisori: EXE-EYA.

 

Epoca: 450-420 a.C.

Tetradramma d'argento, di grammi 17,24.

Diritto: Testa di Ercole con barba sulla guancia sinistra, occhio a mandorla, grosse labbra, orecchio scoperto.

Rovescio: Quadriga guidata da Athena con la Vittoria volante che l'incorona d'alloro. Sotto la quadriga due o tre anfore per contenere vino o olio (oppure olii sacri soltanto).

 

Epoca: 430-400 a.C.

Tetradrammi d'argento. grammi 17,38.

Diritto: Testa d'Ercole barbuta con leonce. Dietro il collo la scritta: KAMAPINAION.

Rovescio: Quadriga condotta da Athena con Nike che la incorona.

 

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